Se c'è un modo sbagliato di avvicinarsi al sociale, è "leggerlo" con il cuore. Il cuore distorce le percezioni, accresce le emozioni, impedisce una lettura oggettiva delle situazioni. Il sociale ha bisogno, anzi, di un surplus di razionalità, di concretezza. A volte, addirittura di cinismo! Con il capo cosparso di cenere, è allora possibile parafrasare il titolo di un libro di Ryszard Kapuściński. E affermare: "Solo il cinico è adatto a questo mestiere". Il cinico, il freddo osservatore della realtà. Colui, insomma, che non cade tramortito sotto i colpi dell'emozione, che lascia spazio al dubbio, che convive con il disincanto.

Ne ho avuto prova qualche giorno fa. Un giovane africano, richiedente asilo, si è presentato in redazione. Aveva con sé un video girato nel Sahara - diceva - con il suo telefonino. Per alcuni minuti erano inquadrati i corpi e i volti di vari suoi connazionali che non ce l'avevano fatta ed erano morti disidratati nella sabbia. Uno spaccato crudo, spietato dei viaggi che molti migranti effettuano per scappare da guerre e persecuzioni. Un video vero nel merito, verosimile nel modo in cui è stato proposto.
Normalmente facciamo tutti i controlli del caso, anzitutto per verificare l’originalità della “notizia”. Ma qui l'impatto era troppo forte: nessuno si è posto il dubbio circa la veridicità non delle immagini, ma della storia raccontata, dell'abbinamento tra la vicenda personale del giovane e ciò che il video presentava. Finché uno di noi ha scoperto che il video non era inedito, non era stato girato dal migrante e, anzi, era online già da quasi 5 anni. È bastata una semplice ricerca sul web, in ossequio alle più elementari regole deontologiche. Freddezza, professionalità.

Ma senza quel surplus di attenzione, il video sarebbe passato “in esclusiva” sulla nostra agenzia e su una grande testata nazionale con cui ci eravamo accordati per condividere lo scoop. E il richiedente asilo sarebbe stato anche compensato con del denaro (che in verità lui non aveva esplicitamente chiesto). In seguito abbiamo anche appurato con dei colleghi che un fiorente mercato di immagini a forte impatto emotivo si è sviluppato negli ultimi anni nelle zone di partenza dei richiedenti asilo e in quelle di guerra, immagini capaci di far breccia nell'opinione pubblica europea. In pratica offrono (o confezionano) quello che i giornalisti cercano.

Nel nostro caso, hanno rischiato di prevalere l'emozione, il racconto del giovane, i volti dei morti, il contesto e i protagonisti di un fenomeno migratorio terribile. Le lacrime hanno avuto la meglio sull'osservazione, il buon senso ha ceduto il passo all'approccio benevolo, aprioristicamente certo, incomprensibilmente fiduciario. In nessun'altra vicenda giornalistica si sarebbe rischiato un approccio così leggero.
Ecco, se un rischio c'è - concreto - è che il sociale si ammali di cuore, che si legga solo (sottolineo "solo") con le emozioni e non (anche) con il cervello.

Il rischio, da giornalisti, è di fare un pessimo servizio. Ma il rischio è anche che, da semplici cittadini, si entri nella spirale della strumentalizzazione! Al cuore non si comanda, si sa. Ed ecco allora potenziali vittime per raccolte fondi fasulle, campagne bislacche, iniziative strampalate. Tutti a mirare al cuore delle persone, gente dalla coscienza ammorbidita dal vortice delle emozioni.

Ma il sociale ha bisogno di freddezza, di sentimenti lucidi, di una calda razionalità. Senza scomodare il razionalismo seicentesco, vale la pena ricordare che tutto l'ambito esperienziale è fatto di due possibilità: patire e agire. E il sociale e i suoi "attori" hanno patito già abbastanza...