Frontiere aperte, frontiere chiuse, frontiere semi-aperte (o semi-chiuse, a seconda dell'abitudine a vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Insomma, nel 2014 sono ancora le linee di confine a far discutere: alcune le considerano solo vetusti rimasugli di una storia che non c’è più, altri come necessari presidi di tutela e identità.

Ecco allora il solito refrain, del tipo: apriamo le frontiere, anzi togliamole; no, teniamole, anzi rinforziamole. Viene in mente il Carlo Verdone in versione Mimmo, il nipote che si prende cura della nonna (la sora Lella): “Stendije le gambe, ritiraje le gambe, ristendije le gambe, ritiraje le gambe... Io je le taglierebbe quelle gambe!”.
Ecco, appunto: di queste gambe (frontiere) che dobbiamo farne? Da settimane il film “Io sto con la sposa” ci invita – tra le altre cose - a pensare un mondo senza barriere, aprendo il dibattito sul diritto alla mobilità, sul diritto delle persone a spostarsi senza impedimenti.

Ad un globo senza confini (lo so, i termini “confine” e “frontiera” potrebbero non essere considerati identici, facendo riferimento il primo a un aspetto squisitamente geografico, mentre il secondo si carica si significati geo-politici) fanno riferimento anche molte realtà del terzo settore. L’elenco è lungo: Medici senza frontiere, Avvocati senza frontiere, Architettura senza frontiere, ecc… Insomma, al sociale le frontiere stanno proprio sulle balle, fedele a una missione che sembra non volersi fermare di fronte a nessuna diversità di ordine storico, culturale, geografico, politico.

A questo si aggiunge l’universalismo cristiano, per nulla frenato da programmi come “Le frontiere dello spirito”, o quello laico, finanche un certo ateismo. Tutti d’accordo: quando si parla di diritti, non ci sono confini che tengano! I diritti prima di tutto: diritto al benessere economico, all’istruzione, all’assistenza, alla salute… Be’, alla salute…

Già, perché nelle ultime settimane un nuovo protagonista si è affacciato sulla scena mondiale: il “signor Ebola”. Un agente dall’antipatia “virale”, dall’approccio letale. E di fronte alla sua particolare “intraprendenza”, presi da una comprensibile fobia, il mondo ha cominciato a chiedere tranquillamente “più controlli alle frontiere”! Si intensifichino, dunque, le presenze negli aeroporti, si stringano le maglie della rete sanitaria.

Era già successo con l’Aviaria, qualche anno fa. Di fronte a pericoli di carattere sanitario, l’umanità si ricompatta e anche antichi orpelli come le frontiere tornano ad essere considerate non anacronistiche e discriminatorie barriere tra esseri viventi, ma veri e propri presidi umanitari. Sembra che la storia voglia rimettere in riga l'ideale, che la prassi torni ad avere la meglio sulla teoria.
Insomma, in attesa che gli esseri umani si mettano d’accordo, i confini – quelli che non cadranno mai, quelli che risiedono nell’istinto di sopravvivenza – vengono segnati dalle nostre paure. A questo punto, per batterle c’è solo una speranza, molto concreta: spostare sempre più avanti le “frontiere” della scienza e della medicina.